Per comprendere la complessità del fenomeno migratorio è necessario porre attenzione anche alle esperienze vissute da donne e ragazze che, insieme ai minori, costituiscono la categoria maggiormente vulnerabile nei flussi migratori. Può inquadrare il fenomeno?

Numerosi studi si concentrano su meccanismi e dinamiche del fenomeno della femminilizzazione dei flussi migratori. Negli ultimi anni, la presenza femminile nel proseguire delle ondate migratorie è sempre più preponderante e porta con sé implicazioni sociali, economiche e psicologiche del migrare essendo donna. A seguito dell’instabilità politica in Medio Oriente e in Africa, il numero di donne rifugiate e richiedenti asilo è aumentato fortemente. Molte di queste donne migrano, spesso da sole, per motivi di lavoro. In special modo, lavorano come colf e badanti, addette al lavoro di cura nelle famiglie. Da due anni, la nostra congregazione di MSCS, ha abbracciato la richiesta di Papa Francesco, dando vita al progetto di semiautonomia Chaire Gynai, rivolto all’accompagnamento di donne rifugiate (con bambini) e donne migranti in situazione di vulnerabilità. Le situazioni delle ragazze e delle donne migranti che sono venute in contatto con il progetto presentano uno spettro di fragilità ampio e variegato: ci sono vittime di violenza, vittime di tratta, malate croniche, donne sole con figli a carico, donne uscite da realtà in cui non avevano maturato una reale esperienza di vita autonoma. Alcune donne presentano al tempo stesso più di una delle suddette condizioni di vulnerabilità, con diversi gradi di intensità. L’essere migranti può esacerbare queste problematiche. Infatti, se da un lato l’allontanarsi dal loro paese di origine è una necessità legata alla sopravvivenza e alla ricerca di una vita migliore e dignitosa, dall’altro il doversi ricostruire una vita in un altro paese non permette a queste donne di usufruire della loro rete primaria di sostegno e implica il doversi confrontare con una lingua, abitudini e modalità di funzionamento di una società per lo più sconosciute. Spesso, nella società di provenienza, il loro essere donna le ha viste in una posizione di subalternità rispetto alla figura maschile o comunque non ha permesso loro di avere le stesse opportunità formative e lavorative dei loro coetanei maschi. Tra i casi di fragilità legati all’essere donna nei paesi di origine, e successivamente in contesti migratori, nella nostra esperienza possiamo citare donne sottoposte a mutilazioni genitali, vittime di tratta, vittime di matrimoni forzati, vittime di violenza di genere, oltre che donne confinate a ruoli di cura che non hanno mai maturato esperienze formative, professionali o comunque di scelta autonoma rispetto ai loro percorsi di vita. Laddove invece le donne hanno svolto percorsi formativi qualificanti, faticano nel vederseli riconosciuti dal paese di approdo, dove si trovano a svolgere nella quasi totalità dei casi lavori non qualificati. Per le madri, la cura e l’educazione dei figli spesso costituisce un aspetto totalizzante, di cui esse sono per lo più uniche responsabili. Tutti questi aspetti spesso diminuiscono la stima e la fiducia che le donne possono avere in loro stesse. C’è quindi bisogno di un intervento di sostegno più robusto rispetto al loro percorso di sviluppo personale, che possa rafforzare la consapevolezza di sé e delle proprie risorse, ma che può anche portare a storie di successo importanti. Nella nostra esperienza, stimolare relazioni di solidarietà tra donne e ragazze migranti, oltre che scambi con donne e ragazze del paese di arrivo,  può facilitare questa consapevolezza e rafforzare la fiducia in se stesse e nell’altro.

Lei è direttrice del progetto “Chaire Gynai”. Come sostenete le donne nel loro percorso di integrazione e valorizzazione professionale?

Fin dall’inizio, le attività di Chaire Gynai traggono ispirazione e si incardinano sui quattro verbi indicati da Papa Francesco – accogliere, promuovere, proteggere e integrare – e al contempo favoriscono azioni e sperimentazioni che possano costruire buone pratiche e modelli da replicare. Non c’è una ricetta pronta per ogni donna rifugiata e migrante. Durante l’accoglienza, le ospiti trovano uno spazio di cura in cui sentirsi al sicuro, dove concedersi il tempo necessario per rielaborare la propria storia personale, ma al tempo stesso, si lavora in modo che loro possano entrare in contatto con il contesto sociale in cui sono arrivate e progettare un nuovo percorso di vita, accompagnate dall’equipe interdisciplinare che lavora sulla capacità delle donne di accedere ai servizi e alle risorse territoriali, cercando di aumentare le loro competenze professionali e personali, inseguendo le possibilità di sviluppare percorsi di interazione con il contesto locale attraverso il lavoro, la conoscenza del contesto di arrivo e la conoscenza di sé, elaborando progetti di futuro. Noi accogliamo un numero limitato di persone, perché il progetto ha un carattere di convivenza familiare e condivisione, considerando la fondamentale necessità di rapporti umani e umanizzanti tra i partecipanti. Ci si propone di costruire spazi vitalizzanti in un ambiente nutritivo per sostenere processi di riabilitazione della dignità e riscatto dei sogni delle donne che ospitiamo e delle relazioni familiari, di recupero psicofisico, di consolidamento di rapporti interpersonali e professionali per sostenerle in percorsi progressivi di autonomia dalla struttura, in un periodo definito insieme alle partecipanti, nell’ambito di progetti personalizzati elaborati con ogni partecipante e costantemente monitorati insieme all’équipe interdisciplinare.

Al loro ingresso, le donne svolgono dei colloqui con un’assistente sociale e con una psicoterapeuta, durante i quali si elabora con la donna un percorso di accompagnamento verso l’autonomia. Le donne sono accompagnate nei loro bisogni specifici, che riguardino la scuola dei figli, l’assistenza sanitaria, la documentazione personale, la ricerca lavoro, di una casa o altre necessità specifiche; sono assistite nel processo di miglioramento e rafforzamento del loro lavoro; sono invitate a partecipare a formazioni sui loro diritti, su tematiche legate alla vita quotidiana (per esempio: capacitazione finanziaria per conoscere prodotti finanziari di base, diritti e doveri in un contratto di affitto, conoscenza di bonus e sconti utenze; progetti di “empowerment digitale” per gestire le pratiche personali con la Pubblica Amministrazione); sono accompagnate da una psicoterapeuta per rafforzarsi da un punto di vista emotivo e acquisire strumenti di consapevolezza e fiducia preziosi per la loro autonomia.
Inoltre, la presenza di una rete di volontari offre alle donne e ai bambini un’esperienza relazionale molto utile: l’esperienza del dono, di una relazione “libera”. Con i volontari italiani, le donne instaurano dei rapporti non legati a una situazione specifica, come potrebbe essere invece la relazione che si instaura con gli operatori dell’accoglienza, con la Pubblica Amministrazione, o con i datori di lavoro. Con i volontari migranti, si creano interazioni interessanti: questi volontari, ormai completamente inseriti nel contesto locale, possono trasmettere alle donne la loro esperienza e fornire loro indicazioni per migliorare e vivere al meglio la loro esperienza migratoria.
Queste reti di relazioni, insieme alla conoscenza delle risorse del territorio, del funzionamento della Pubblica Amministrazione e dei propri diritti e doveri di cittadine, si possono considerare delle “palestre di integrazione”.
Rispetto al lavoro, si cerca di riconoscere in ogni donna le proprie capacità, ma anche le proprie attitudini, in modo da favorire, laddove possibile, un loro inserimento nel contesto in cui possono esprimersi al meglio. Portiamo come esempio i casi di una donna con uno spiccato talento culinario, che è stata inserita in una formazione professionalizzante specifica e che adesso è impegnata in attività di catering e di una signora sarta, che è entrata in una cooperativa e che il progetto ha coinvolto nella conduzione di laboratori per la creazione di semplici indumenti da parte di altre donne interessate. Per sua stessa ammissione, la signora ha dichiarato di essere soddisfatta di avere l’opportunità di passare ad altri ciò che lei stessa aveva ricevuto.

Come potranno le beneficiarie del progetto contribuire alla costruzione di una società diversa nel territorio dove sono inserite?
Secondo me, le donne potranno contribuire allo sviluppo di una cultura dell’incontro e alla promozione del protagonismo e dell’autonomia in un’ottica di cittadinanza attiva, in sinergia con il territorio, gli enti locali e i servizi.  La comunità locale potrà essere beneficiata, perché la presenza di persone – in questo caso, donne rifugiate e donne migranti in situazione di vulnerabilità – può colpire tutta la comunità che, orientata e sull’esempio della testimonianza e dell’attuazione del Progetto Chaire Gynai in processi/azioni di sensibilizzazione e informazione alla popolazione locale su una visione umana e cristiana della mobilità umana garantita. In questo modo, la comunità locale può vedere le sue ferite sociali e umane in processi di guarigione ed essere motivata a parteciparvi. Il profilo del progetto, con accoglienza residenziale e attenzione integrale alla persona, avrà inoltre un numero di beneficiari indiretti, che saranno raggiunti dagli esiti del Progetto, su due fronti, in particolare: da un lato, figli e altri familiari delle donne adulte assistite, spesso dipendenti; dall’altro, le istituzioni affini, che intervengono sul territorio in servizi di assistenza analoga, che vedranno aumentata e diversificata la capacità del privato sociale di rispondere alle sfide che questa popolazione presenta, in modo esponenziale a Roma.

Come possiamo accompagnare, promuovere, integrare e difendere i diritti delle donne migranti e rifugiate, e delle donne in situazione di vulnerabilità? E come possiamo favorirne una rappresentanza più inclusiva?

Innanzitutto, per mezzo della costruzione di progetti personali di autonomia, considerando le risorse, le capacità, l’esperienza e le competenze di ogni donna, in vista della propria integrazione lavorativa e inclusione sociale. Aiutando a creare coscienza che loro sono protagoniste delle loro storie e progetti di vita. Per questa ragione, lavoriamo in equipe per garantire l’accoglienza in semi-autonomia con l’obiettivo di accompagnare ogni singola donna accolta lungo un percorso di (ri)conquista della propria autonomia. In questo modo, ci impegniamo a costruire progetti personali di autonomia considerando le risorse, le capacità, l’esperienza e le competenze di ogni donna, in vista della propria integrazione lavorativa e inclusione sociale.
Il processo di “educazione” alla cittadinanza e alla rappresentatività inizia all’interno del progetto, attraverso le interazioni che si sviluppano tra le donne e i bambini e la supervisione offerta dall’équipe. Per noi, è fondamentale incoraggiare il protagonismo e l’autonomia delle partecipanti in un’ottica di cittadinanza attiva, in sinergia con il territorio, gli enti locali e i servizi sociali. È importante, soprattutto, favorire percorsi di promozione e integrazione rispetto a lavoro, educazione, salute e altre tematiche relative alla convivenza e alla cittadinanza, verso l’autonomia. Tutto questo è possibile grazie all’accompagnamento socio-culturale, psicologico, interculturale, spirituale e giuridico assicurato alle donne accolte.

 

 

Suor Eléia Scariot, Missionaria Scalabriniana, laureata in Giornalismo presso l’Università di Caxias do Sul, Brasile (2003), ha conseguito nel 2010 un master in Scienze della comunicazione. È direttrice del Progetto “Chaire Gynai” che ha aperto a Roma due case per donne rifugiate, anche con bambini, e donne migranti in situazione di vulnerabilità. Quest’opera, voluta da Papa Francesco e abbracciata dalla Congregazione delle suore missionarie scalabriniane, viene portata avanti con la collaborazione della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero della Santa Sede per il Servizio allo Sviluppo umano integrale.