Il Brasile è visto da molti come un paese dove è possibile raggiungere migliori condizioni di vita. La città di San Paolo, in particolare, essendo conosciuta a livello nazionale e internazionale per il suo carattere aperto e diversificato è scelta come destinazione da molti migranti. Tuttavia, sono tante le difficoltà che devono affrontare nel loro percorso di accoglienze e nel processo di integrazione. Quale è la situazione attuale? Quali sono le diversità culturali e religiose che convivono in questa situazione? 

Se l’economia mondiale globalizzata soffre di marcate disuguaglianze sociali, queste sono molto più pronunciate in Brasile. Sebbene sia un paese ricco di natura, agricoltura, industria e commercio, la maggior parte della sua popolazione rimane povera. Peggio ancora, dove la terra è stata storicamente più abbondante, la gente si è particolarmente impoverita. Il Brasile è nato – e per certi versi continua – come un luogo di avventura. Fin dall’inizio, i cosiddetti cicli economici miravano a sfruttare la terra e la forza lavoro per fornire materie prime alle nazioni centrali.

Gli studi classici sull’economia brasiliana sono unanimi nel dire che si basa su un tripode: latifondo, lavoro schiavo e monocoltura da esportazione. Questa analisi non è solo una chiave per capire il passato, ma uno schema che rimane nel presente. Da qui l’ingiustizia strutturale e le forti disuguaglianze socio-economiche che, a loro volta, generano una serie di spostamenti umani nel corso dei secoli.

Se gli stessi cittadini brasiliani sono costretti alla migrazione interna, la situazione è ancora più vulnerabile per coloro che arrivano da fuori, come cileni, boliviani, paraguaiani, ecuadoriani, haitiani, venezuelani, afghani e ora ucraini. Questo spiega la diversità culturale e religiosa che, se da un lato è una ricchezza, dall’altro è una sfida per la società e la Chiesa.

Papa Francesco sottolinea spesso l’importanza di sostituire l’attuale “globalizzazione dell’indifferenza” con la “cultura dell’accoglienza, dell’incontro, del dialogo e della solidarietà”. Come vice presidente del Servizio Pastorale dei Migranti quali sono le attività che portate avanti per aiutare i migranti nel loro percorso di integrazione e per aiutare la comunità locale a riconoscere e superare la paura del diverso?

Il SPM – Servizio Pastorale Migranti è una delle Pastorali Sociali legate alla CNBB – Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani. Come tale, insieme alle altre iniziative della Chiesa, concentra il suo lavoro nel campo specifico della mobilità umana. Nel lavoro del SPM siamo soliti separare il concetto di frontiera in tre dimensioni distinte ma complementari: dimensione geografico-territoriale, dimensione giuridico-politica e dimensione culturale-religiosa.

La prima dimensione riguarda direttamente la dogana, le autorità doganali e la polizia federale. Ha compiti molto specifici, come l’accoglienza, la documentazione e il rinvio per l’inserimento. La seconda dimensione si trova nella capitale del paese e nel governo. Ha a che fare con le leggi sull’immigrazione. Qui ci occupiamo, tra l’altro, del lavoro di advocacy per apportare modifiche alla legislazione, al fine di facilitare l’ingresso di migranti e rifugiati. La terza dimensione si trova dove i migranti lavorano e vivono. In questo caso, la pastorale cerca di rompere il pregiudizio, la discriminazione, il razzismo e la xenofobia alla ricerca di una “cultura dell’accoglienza, dell’incontro, del dialogo e della solidarietà”.

Ma le tre dimensioni devono lavorare insieme in modo integrato, in una rete di sinergia. Visitando le diocesi, il SPM tende a introdurre la Pastorale dei Migranti, prendendo come orizzonte questa triplice dimensione della frontiera. Se è vero che in ognuno di essi i compiti sono differenziati, è anche certo che tutti camminano con la stessa consapevolezza di favorire l’inserimento dei migranti nel nuovo luogo di destinazione. Il mio lavoro, in questo modo, è quello di accompagnare regioni, diocesi e parrocchie, con programmi di formazione e di azione che portino avanti i moniti di Papa Francesco.

 

Nell’ambito dell’Anno Scalabrinianio quale è l’attualizzazione del messaggio del Beato Scalabrini?

Scalabrini rappresenta nuove risposte alle grandi migrazioni del XIX secolo, il secolo del movimento. Movimento di macchine, con la rivoluzione industriale, ma anche movimento di persone. Tra il 1820 e il 1920, circa 70 milioni di persone lasciarono il continente europeo. L’Italia ha perso più di 25 milioni di persone. “Nuove realtà richiedono nuove forme e nuovi organismi di evangelizzazione”, ha detto il Fondatore, parafrasando la metafora evangelica del “vino nuovo in otri nuove”.

Il mondo sta nuovamente subendo un massiccio spostamento di esseri uomani. Circa 250 milioni di persone risiedono fuori dal paese in cui sono nati, e più di 80 milioni sono rifugiati. La povertà, la miseria e la fame, da un lato, e i conflitti di natura politica, ideologica o religiosa, dall’altro, mettono sulla strada i più vulnerabili. Fuggono nel disperato tentativo di trasformare la loro fuga in una nuova ricerca, nella speranza di trovare un posto al sole. La grande sfida, oggi come ieri, è costruire un ponte pastorale tra i paesi e le regioni di origine e di destinazione.

L’obiettivo del SPM è quello di coinvolgere la Chiesa, i movimenti sociali, le organizzazioni e le ONG, così come il governo stesso – al fine di renderli consapevoli che il migrante, piuttosto che una minaccia, è un’opportunità di incontro. Le differenze culturali, lungi dall’impoverirci, ci arricchiscono. Nel cuore di ogni persona e di ogni popolo ci sono semi del Verbo Incarnato. L’incontro purifica e purifica i valori. Da qui l’opportunità di una crescita reciproca. Allo stesso tempo, il migrante che è vittima è anche profeta e protagonista di un domani plurale e ricreato. L’atto stesso di migrare, mettendo in discussione la politica nazionale e internazionale, lo rende un soggetto attivo di trasformazioni.

Alfredo J. Gonçalves, missionario scalabriniano, lavora con migranti e rifugiati. Portoghese di nascita, proveniente dall’isola di Madeira, è brasiliano di cuore, e vive in queste terre da più di 50 anni. Attualmente lavora a “Missão Paz”, dove fornisce vari servizi ai migranti. Allo stesso tempo esercita la funzione di vicepresidente del Servizio Pastorale dei Migranti (SPM), legato al Settore della Mobilità Umana della CNBB – Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile.