Il Sahel è una vasta area del continente Africano caratterizzata da una forte desertificazione, governi locali fragili e gruppi armati organizzati. La zona orientale ha avuto, da sempre, una funzione critica quale crocevia delle vie di collegamento tra Africa sub sahariana e Mediterraneo. Tuttavia oggi, il Sahel, e il Niger in particolare, è diventata una regione-chiave di transito dei flussi migratori verso il Mediterraneo. La sua avventura in Niger è iniziata dieci anni fa. Che realtà ha incontrato allora e che cambiamenti ci sono stati in questi anni?
C’è anzitutto da ricordare che la maggior parte dei movimenti migratori sono interni all’Africa occidentale. Le migrazioni verso il Nord-Africa e l’Europa sono minime in percentuale. Per rileggere la storia recente del fenomeno migratorio, reale e costruito ad arte, occorre rifarsi al passato. L’Unione Europea ha ormai da anni considerato il Nord Africa come zona ‘pericolosa’ per i movimenti migratori ‘informali’. Si sono stilati accordi bilaterali sul ‘contenimento-controllo delle migrazioni’, che prevedeva le riammissioni degli ‘indesiderati’ al mittente sin dal 2006, chiamato accordo di Rabat. Si prevedevano incentivi finanziari per ‘facilitare’ la collaborazione del Marocco in particolare.
L’uccisione NATO di Gheddafi nel 2011, con invio di enormi quantitativi di armi, afflusso facilitato di gruppi armati terroristi e ‘formazione’ militare di questi ultimi ha in seguito condotto o facilitato ciò a cui stiamo assistendo oggi nel Sahel: un campo di battaglia. In effetti, con Gheddafi la Libia dava lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori migranti soprattutto dell’Africa sub-sahariana. Con lo smantellamento dello stato i migranti hanno perso il lavoro e ciò li ha costretti a cercare altrove, per esempio in Europa ciò che prima trovavano in Libia. A ciò dovremmo aggiungere l’incontro congiunto Europa-Africa a La Valletta nel 2015.
In continuità con accordi precedenti ma estendendone il raggio di azione si è arrivato a quanto si è più volte denunciato: l’esternalizzazione delle frontiere europee nel Sahel. Ora la frontiera europea, lasciando da parte il Mediterraneo come frontiera ‘naturale’ (= mortale), arriva ad Agadez, nel Niger e, con ogni probabilità, scenderà ancora più in basso, verso l’Atlantico. Tutto ciò condito da una legge dello stato nigerino, la 036 del 2015, che dichiara illegale e dunque punibile ogni coinvolgimento nel trasporto o transito di migranti. Specie la regione di Agadez è stata penalizzata dall’applicazione di questa legge. I movimenti migratori hanno risentito di questi cambiamenti e della situazione politico-economica estremamente degradata nell’Africa Occidentale. Problemi seri di ‘democradure’ e di smantellamento dei servizi dello Stato (educazione, salute e partecipazione politica) e la svendita delle economie a multinazionali, basti pensare alla pesca nel Senegal, il minerale di ferro della Guinea, l’oro, l’uranio e altre risorse minerarie per capire che la migrazione è solo una maniera per sopravvivere alla ‘sparizione’ nel nulla della globalizzazione economica.
Per concludere con una frase che tutto riassume: nel 2011, data del mio arrivo, i migranti erano chiamati ‘esodanti o avventurieri’, parte dell’economia di sopravvivenza agricola. In pochi anni sono stati chiamati ‘clandestini’, ‘irregolari’, ‘illegali’ e, attualmente potenziali’ criminali’ da rimandare al Paese di origine quanto prima.
Lei coordina il Servizio Pastorale dei Migrante all’interno dell’arcidiocesi di Niamey. Come vengono accolte le persone che giungono quotidianamente nella regione e quale il rapporto con le comunità locali, cristiane e non?
Il nostro Servizio Pastorale dei Migranti (SPM) nato nel 2011, si è andato lentamente strutturando sotto la spinta delle realtà vissute dai migranti, dei cambiamenti nella percezione delle migrazioni e dell’identità del migrante stesso. La crisi libica del 2011, quella del Mali, in seguito all’attacco dei gruppi armati terroristi e all’operazione francese Serval del 2013, hanno dato il tono all’inizio del Servizio. I successivi cambiamenti, specie dopo l’inizio dell’applicazione della legge del 2015 sulla lotta contro la ‘tratta dei migranti’, hanno comportato un progressivo adattamento della nostra azione. Essa si articola attorno ad alcuni principi e si sviluppa in certi servizi di base.
Il SPM considera il/la migrante come una persona responsabile, che ha optato per il progetto migratorio e che possiede il diritto al rispetto incondizionale di questa scelta. Ciò implica il rifiuto, ad esempio, di considerare i migranti come delle ‘vittime’ e dunque preda o appannaggio del mondo umanitario. Il nostro servizio si vuole anzitutto come luogo di ascolto del vissuto del transito nel deserto e nella condivisione delle ‘ferite’ frutto della violenza del sistema di esclusione dei poveri. Si tratta poi di orientare le persone secondo il tipo di bisogno espresso e di facilitare le solidarietà tra connazionali perché in genere i migranti/immigrati hanno associazioni o strutture di accoglienza. Il SPM offre altresì un modesto aiuto economico, un kit di igiene, un poco di cibo e soprattutto un’assistenza sanitaria di urgenza, soprattutto per le donne e i bambini.
Per quanti desiderano tornare al Paese di origine esiste l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, se si tratta di ‘rifugiati’ li si orienta all’Alto Commissariato per i Rifugiati e nel caso i migranti vogliano fermarsi nel Niger, almeno per un tempo, essi sono aiutati con alcuni micro-progetti di inserzione lavorativa. Le comunità cristiane sono per buona parte costituite da ‘immigrati’ e dunque gli altri migranti non sono molto ‘visibili’. Si cerca di facilitare l’incontro e l’ascolto delle esperienze più dolorose per aiutare i cristiani a capire e non giudicare negativamente i tentativi ‘disperati’ di traversata del deserto. Occorre incentivare, approfondire e tradurre la riflessione sulle migrazioni come ‘segno dei tempi’!
Come è possibile far nascere la speranza nella e dalla periferia e creare opportunità in una prospettiva di lungo periodo? E quale il ruolo della Chiesa?
Credo che ci sia meno speranza in Occidente e in genere nelle società opulente, che vivono della paura di perdere i propri privilegi e di vedere scombinato il proprio stile di vita, che nei Paesi ‘poveri’. Qui da noi, con tutte le difficoltà legate al clima, alla demografia, all’economia, alla sicurezza dell’alimentazione e dalla crescita dell’azioine di gruppi armati, c’è voglia di vivere e la speranza si sposa ogni giorno con la povertà. La speranza non può che nascere dalla periferia, come il vangelo delle beatitudini, la teologia della liberazione e la pedagogia degli oppressi.
Semmai è proprio qui che la Chiesa trova vivacità, entusiasmo e freschezza e non è caso che, gradualmente, il baricentro della ‘cristianità’, per la prima volta da un paio di millenni, si sia ormai spostato al Sud del mondo. Il futuro del Cristianesimo passa dalle periferie africane, americane e asiatiche. Le Chiese di antica cristianità farebbero bene a mettersi all’ascolto del nuovo che cresce dalla povertà, dalle innumerevoli periferie del Sud e del Nord. Mettersi all’ascolto significa imparare a decolonizzare lo sguardo, il pensiero, le parole e gli aiuti che, in modo subdolo, mantengono spesso in stato di sudditanza e dipendenza i poveri, ostaggio del mondo umanitario.
Una Chiesa libera di agire, parlare e capace di generare nel suo seno profeti che ne disturbino il cammino quand’esso si mescola coi poteri. Una Chiesa capace di vivere e professare la verità ogni qualvolta che i diritti dei poveri e la loro dignità sono calpestati. Una Chiesa, per dirla con don Lorenzo Milani, che fa strada ai poveri senza ‘farsi strada’.
Mauro Armanino, Niamey, maggio 2021
P. Mauro Armanino è stato ordinato sacerdote nel 1984. Nato a Casarza Ligure, figlio di un partigiano, al sacerdozio è giunto dopo essere stato operaio e sindacalista negli anni ’70, in seguito volontario e poi missionario della SMA (Società Missioni Africane), in Costa d’Avorio, in Argentina e in Liberia, dove ha vissuto durante la guerra civile, esperienza che ha fissato in un libro “Cinque nomi per dire Liberia”, EMI, 2008. Ha lavorato in centro storico a Genova per alcuni anni coi migranti e i carcerati di origine africana nel carcere di Marassi. Dal mese di aprile 2011 si trova a Niamey (Niger) per un servizio ai migranti, nel campo della formazione e militante dei diritti umani con la società civile.