Sono Padre Karim KONSEIMBO, membro della Società dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi), fondato in Algeria nel 1868 dal Cardinale Charles Lavigerie. La Società dei Missionari d’Africa è stata ufficialmente registrata in Uganda il 1 aprile 1987. Qui facciamo parte degli agenti pastorali della Diocesi di Arua in Uganda. Per la nostra missione con i rifugiati abbiamo un Memorandum of Understanding (MOU) con l’Ufficio del Primo Ministro (OPM) dell’Uganda attraverso il Vescovo Cattolico della Diocesi di Arua. Con due confratelli, lavoro come in quattro insediamenti di rifugiati (Agojo, Maaji 1, Maaji 2 e Maaji 3) nella Diocesi Cattolica di Arua nel distretto di Adjumani. Sono il sacerdote responsabile della cura pastorale e spirituale in questi quattro insediamenti, che contano circa 55.000 rifugiati. Accanto a questo servizio che presto stabilmente, io e i miei due confratelli lavoriamo anche in altri quattro insediamenti nello stesso distretto di Adjumani.
La nostra missione è al fianco dei rifugiati prevede molte aree di servizio quali la cura pastorale e spirituale, il supporto psicosociale, la promozione della pace e della coesistenza pacifica, la ricerca e il potenziamento dei mezzi di sussistenza, attraverso l’istruzione, la formazione professionale e l’innovazione (SDG1-SDG8). Non facciamo discriminazioni sulla base della religione, del sesso, della tribù o della nazionalità, ma ci concentriamo sulle persone più bisognose. Con risorse limitate, ci occupiamo del potenziamento dei rifugiati e aiutiamo coloro che sono cattolici con messe, catechesi e ritiri.
In questa intervista, l’attenzione è riservata alla situazione nel distretto dell’Adjumani, dove ho prestato servizio per quasi 3 anni.
L’Uganda è una delle maggiori nazioni ospitanti rifugiati al mondo. Al 28 febbraio 2022 erano presenti 1.529.904 rifugiati (dati UNHCR). Può parlarci di questa situazione?
Adjumani è uno dei principali distretti ospitanti rifugiati in Uganda, perché è una piccola città molto vicina al confine con il Sud Sudan. Vi sono diciannove insediamenti con una popolazione di più di 237.787 persone, circa il 15,5% del totale della popolazione di rifugiati in Uganda, provenienti principalmente dal Sud Sudan. Il numero della popolazione nazionale del distretto è di circa 235.000. Queste proporzioni, a volte generano conflitti, in particolare per la condivisione delle risorse. Con il conflitto in corso nel Sud Sudan e il recente conflitto in Sudan, il distretto sta ancora ricevendo rifugiati, registrati e non registrati, mentre molte ONG e persino l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si stanno ritirando lentamente. Si prevede che entro il gennaio 2024 potrebbe non esserci più sostegno alimentare per i rifugiati, che inoltre non hanno ricevuto e non possiedono abbastanza terra da coltivare.
I rifugiati provengono per lo più dai villaggi poveri del Sud Sudan, dai quali sono fuggiti a causa della guerra che ha portato via a molti di loro genitori, parenti e amici. Inoltre, poiché la guerra nel Sud Sudan è interetnica, le ripercussioni si vivono anche vivono negli insediamenti, dove vengono ospitati diversi gruppi etnici. Tutte queste condizioni creano uno spirito di disperazione, odio e sfiducia. Ecco perché i rifugiati hanno bisogno di essere ascoltati e incoraggiati. Allo stesso tempo, necessitano però anche di formazione tanto pratica quanto emozionale attraverso la comunicazione non violenta, la solidarietà e la costruzione dell’amore e della pace. Alla ricerca di una soluzione a ciò, io e i miei confratelli e anche le Suore Missionarie della Nostra Signora d’Africa, lavoriamo nelle aree di supporto psicosociale e di promozione della pace.
Ci sono molte sfide che i rifugiati devono affrontare nella loro quotidianità. Tra queste l’istruzione. Qual è la situazione e cosa si può fare per costruire un percorso di istruzione inclusiva?
Le grandi sfide sono i costi delle tasse scolastiche, la mancanza di formazione professionale e le grandi lacune nel sistema d’istruzione. Riguardo alla prima sfida, poiché i genitori non hanno soldi per sfamare le loro famiglie e pagare le tasse scolastiche, circa l’80% dei giovani non frequenta la scuola secondaria. In particolare, i rifugiati non possono permettersi l’istruzione secondaria. Ad aggravare la situazione, sta il fatto che a Maaji c’è solo una scuola secondaria e non può ospitare tutti gli studenti. Non ci sono scuole di formazione sufficienti vicino agli insediamenti dei rifugiati e questi non riescono ad accedere a borse di studio per terminare la scuola secondaria e di conseguenza non possono andare all’università. C’è solo una ragazza che conosco che sta facendo una formazione in infermieristica a Gulu, dopo aver terminato il quarto anno di scuola secondaria, ma la nostra comunità la sta aiutando a pagare le tasse scolastiche. Finirà la formazione molto presto.
A proposito di istruzione. Le donne e le ragazze rifugiate hanno meno opportunità di accedere ai programmi scolastici, cosa che rimane spesso un’aspirazione. Qual è la situazione negli insediamenti in Uganda? Ci sono programmi specifici per donne e ragazze rifugiate?
Le donne e le ragazze costituiscono circa l’80% della popolazione nei nostri insediamenti e sono le più vulnerabili. A causa della povertà, molti genitori non possono prendersi cura adeguatamente dei loro figli. Se si considera anche la mentalità tradizionale, molte ragazze vengono messe da parte nelle questioni di istruzione. Le conseguenze di ciò sono matrimoni precoci e/o forzati così come gravidanze precoci e/o indesiderate. Ci sono alcuni programmi di formazione professionale avviati da alcune ONG, come corsi di sartoria e per parrucchiera. Tuttavia, nel nostro sondaggio di valutazione dei bisogni, abbiamo scoperto che le buone scuole di formazione professionale sono lontane dagli insediamenti. Inoltre, dopo la formazione, alle donne non viene fornito un supporto iniziale e i rifugiati non possono permettersi i kit per avviare un’attività. Infine, alcune competenze non possono essere messe in pratica negli insediamenti poiché mancano i clienti.
Stiamo già aiutando a pagare le tasse scolastiche secondarie delle studentesse rifugiate, ma i nostri fondi sono limitati. Per essere più efficaci e produttivi, io e i miei due fratelli, come Missionari d’Africa, abbiamo istituito un programma speciale di orticoltura domestica rivolto alle donne negli insediamenti. In questo programma, imparano come usare i loro piccoli terreni per produrre verdure da mangiare e vendere. A Maaji 2, abbiamo già formato cinque donne. Inoltre, per ridurre la distanza tra gli insediamenti e le scuole di formazione, abbiamo in progetto di costruire un centro di formazione professionale tra i 4 insediamenti. Mentre abbiamo già la terra (50 acri), ci mancano le risorse per costruirla. Oltre a ciò, il modo migliore per aiutare le ragazze è mandarle in buone scuole con convitto. Abbiamo sette ragazze che frequentano il convitto a Kampala, ma ci mancano i fondi per acquistare i kit di avvio per loro.
Lei è responsabile della cura pastorale e spirituale dei rifugiati nei quattro insediamenti di cui ci ha parlato. Quali sono le sfide del servizio che presta in questi insediamenti?
Oltre alla principale sfida, che riguarda i fondi limitati a nostra disposizione, ce ne sono molte altre da affrontare. In primo luogo, affrontiamo sfide nella cura pastorale e spirituale: c’è una mancanza di formazione cristiana continua, una mancanza di catechisti formati, di un catechismo strutturato, a cui si somma la barriera linguistica. Inoltre, sei delle nostre dieci cappelle sono all’aperto, sotto gli alberi, senza muri né tetto. Pertanto, durante la stagione delle piogge è difficile celebrare la messa. In secondo luogo, a causa della carenza di cibo, è difficile avere incontri con le persone, spesso impegnate nella ricerca di alimenti. In terzo luogo, ci sono sfide relative al supporto psicosociale: poiché molti rifugiati sono mentalmente e psicologicamente disturbati, lavorare con loro richiede un alto grado di pazienza e comprensione. Affrontiamo anche sfide nel promuovere la pace e la coesistenza pacifica a causa dell’atmosfera tesa tra i diversi gruppi etnici negli insediamenti. Poiché questo odio interetnico è molto radicato nelle comunità, è necessaria molta perseveranza da parte di coloro che lavorano alla creazione di una coesistenza pacifica.
Riguardo all’educazione, molti giovani rifugiati qui smettono di andare a scuola dopo la scuola primaria. Le ragazze sono poi costrette dalla povertà a sposarsi presto o a vendersi per guadagnare soldi per le tasse scolastiche. Molti ragazzi si abbandonano all’alcol e abusano delle ragazze più povere, con la conseguenza di molte gravidanze indesiderate.
Ci sono infine, ma non meno importanti, molte sfide alla sussistenza vera e propria: c’è mancanza di terra coltivabile, carenza di cibo, di vestiti e una cattiva assistenza sanitaria. Questo ha effetti distruttivi. Ad esempio, le vedove a volte si vendono per soldi o cibo per poter prendersi cura dei loro figli. La durezza della vita spinge così gli uomini presenti negli insediamenti a tornare in Sud Sudan per trovare risorse o lavoro per provvedere alle loro famiglie, con il rischio di perdere la vita lasciando vedove e orfani in Uganda.
Alcune riflessioni conclusive
Lavorare con i rifugiati è una missione molto importante della chiesa, ma questa missione richiede conoscenza di se stessi, capacità di prendersi cura di se stessi, di gestire la rabbia; richiede inoltre una buona dose di umiltà, flessibilità, disponibilità, pazienza, resistenza, perseveranza, capacità di ascolto, capacità di amarli in quanto creati a immagine e somiglianza di Dio; e ovviamente richiede la capacità di conoscere i propri limiti e la propria insufficienza. Per riassumere, ci sono due grandi sfide principali. La 1ª grande sfida per tutti i rifugiati è l’insufficienza e la non sempre affidabilità del sostegno umanitario ricevuto: c’è mancanza di terra per la coltivazione, carenza di cibo, alte tasse scolastiche, mancanza di competenze dei giovani; e tutto ciò è causato dallo stato di estrema povertà in cui si trovano e dal loro status di rifugiati. In questa situazione, è quindi importante lavorare sull’empowerment attraverso l’istruzione e la formazione professionale che darà loro le qualifiche per aumentare la possibilità di impiego o di creare lavoro per se stessi. La 2ª grande sfida riguarda la mancanza di formazione cristiana continua, la mancanza di catechisti formati, la mancanza di un catechismo strutturato, la mancanza di cappelle costruite e la barriera linguistica.
Padre Karim KONSEIMBO, missionario d’Africa, presta servizio nel Nord Uganda dove è il sacerdote incaricato della cura pastorale e spirituale negli insediamenti per rifugiati nell’Adjumani District. È nato nel 1987 in Burkina Faso, da una famiglia musulmana. È stato battezzato come cristiano nel 2006 e si è unito ai missionari d’Africa nel 2009. Ha studiato Filosofia in Burkina Faso, ha fatto il Noviziato in Tanzania, uno stage in Burundi e ha poi studiato Teologia (primo ciclo) in Costa d’Avorio e Missiologia all’Università Cattolica di Lione in Francia.