Oltre i confini e le paure: il protagonismo dei migranti al centro dell’XI Simposio “Religione e Migrazione”
Si è conclusa con successo l’XI edizione del Simposio “Religione e Migração” (Religione e Migrazione), un evento che si conferma anno dopo anno come uno spazio importante di riflessione teoretica e azione pratica. Organizzato dalla Faculdade de Ciências Sociais della Pontifícia Universidade Católica (PUC), in particolare dal suo Programa de Pós-Graduação em Ciência da Religião, da Missão Paz — storica realtà da sempre in prima linea sul campo accanto ai migranti — e dello Scalabrini International Migration Institute – SIMI.
Il simposio ha riunito in modalità mista, sia presenziale che online, accademici, ricercatori, studenti e attivisti della società civile, uniti dall’obiettivo di analizzare la mobilità umana non come un’emergenza passeggera, ma come una realtà strutturale e costitutiva della nostra epoca globale.
Durante le giornate di lavoro, il dibattito ha messo a nudo le profonde contraddizioni socio-economiche del modello neoliberista. Troppo spesso, infatti, i sistemi normativi e di mercato riducono l’essere umano a una pura utilità produttiva, trasformando la persona in un residuo, uno “scarto” di un sistema iniquo come denunciava Papa Francesco. Il simposio ha analizzato le barriere politiche e giuridiche che frenano l’emancipazione dei migranti, esplorando anche le delicate sfumature generazionali e il ruolo cruciale delle donne e delle famiglie.
L’intervento del professor Aldo Skoda, Direttore del SIMI, si è concentrato su una lucida analisi socioculturale della globalizzazione in una prospettiva di futuro. “La globalizzazione ha dato un carattere ormai strutturale al fenomeno migratorio”, ha spiegato padre Skoda. “Oggi è evidente che gli spostamenti di persone dipendono sempre meno da una libera scelta e sempre più da disparità o crisi strutturali.”
Skoda ha evidenziato il paradosso della modernità: l’accelerazione dei flussi, dei capitali e dei media non ha generato un’autocoscienza globale, bensì l’isolamento, creando una società di circa “otto miliardi di solitari” che comunicano tra loro con enorme difficoltà. Di fronte al fallimento dello Stato-nazione moderno nel governare gli spazi transfrontalieri — fallimento che si traduce nella violenza istituzionale della militarizzazione dei confini (come nelle aree Messico-USA, Marocco-Spagna o nel Mediterraneo) — si rende urgente un cambio di rotta.
La proposta emersa dal dibattito in corso è stata quella di adottare un “Paradigma Ecologico” delle migrazioni, guidato dalla lente della social transformation (trasformazione sociale). Questo approccio olistico invita a guardare alla mobilità umana non come a un problema isolato, ma come a un agente attivo che trasforma profondamente le culture, la cittadinanza, le famiglie e le istituzioni sia nelle società di origine (affette spesso da brain drain, ovvero la fuga di cervelli) sia in quelle di destinazione.
Se l’analisi macro-sociologica evidenzia la necessità di un cambio di paradigma globale, la risposta storica e sul campo a queste fratture sistemiche trova una via concreta nel principio del Santuario, al centro del contributo del professor Gioacchino Campese, il quale ha precisato come non si possano comprendere le odierne “città santuario” senza analizzare questo concetto come pensiero e pratica fondamentale dell’umanità e della Chiesa nei contesti di persecuzione, violenza e mobilità umana.
Sviluppando la sua relazione attraverso un percorso in quattro parti — dalle radici bibliche e paleocristiane alla panoramica globale contemporanea, fino alle esperienze novecentesche del santuario clandestino per gli ebrei a Roma (1943-44) e del Sanctuary Movement americano degli anni Ottanta —, il professor Campese ha delineato il concetto di santuario come uno strumento di lotta transnazionale e interculturale contro le leggi migratorie ingiuste. Questa pratica esige anzitutto una dimensione profetica capace di assumere rischi concreti di fronte ai poteri forti, accettando il prezzo della detenzione o del fango mediatico, e si alimenta di una profonda spiritualità radicata nella Dottrina Sociale e nella teologia della liberazione. Lungi dall’essere un’azione isolata, il santuario oggi richiede la costruzione di ampie coalizioni ecumeniche, interreligiose e laiche tese al bene comune che sappiano tradurre la resistenza in proposte legali e politiche alternative al populismo imperante, ponendo sempre al centro della trasformazione sociale la resilienza e il protagonismo attivo di migranti e rifugiati.
Nelle battute finali del Simposio, i partecipanti hanno tracciato le linee programmatiche per le sfide future che attendono il mondo accademico e la società civile. La priorità assoluta è combattere la crescente politicizzazione xenofoba e populista della mobilità umana, legando indissolubilmente la gestione dei flussi alla giustizia sociale e al riconoscimento dei diritti umani universali.
L’università, dal canto suo, è chiamata a superare il “nazionalismo metodologico”, promuovendo una maggiore interdisciplinarità e il coinvolgimento attivo dei migranti stessi nei processi di ricerca e di policy-making.
Il Simposio si è chiuso nel segno della speranza e della spiritualità scalabriniana. A pochi giorni dalla festa di San Giovanni Battista Scalabrini, le sue storiche e profetiche parole pronunciate a New York nel 1901 sono risuonate come un mandato per tutti i presenti: al di sopra del febbrile progresso tecnico e delle conquiste materiali, si va maturando quaggiù un’opera ben più nobile e sublime, ovvero l’unione di tutti gli uomini di buon volere.
L’XI edizione del Simposio si è conclusa con l’invito solenne a impegnarsi, insieme, nella costruzione di “un noi sempre più grande”.