«Anche uno solo di questi bambini»
Oltre l’Accoglienza: Minori in movimento e comunità in divenire tra dignità, istruzione e diritti nei processi di integrazione
In preparazione alla 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, il 24 settembre si è svolto il webinar “Anche uno solo di questi bambini”, organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSSUI). L’incontro ha rappresentato un importante momento di riflessione sulla condizione dei minori migranti e rifugiati, sulle loro vulnerabilità e sui percorsi di accoglienza e inclusione. Tra i contributi, anche quello di Veronica De Sanctis, responsabile dei progetti dello Scalabrini International Migration Institute (SIMI). Condividiamo il suo intervento, per approfondire temi, esperienze e prospettive legati alla protezione e all’inclusione dei giovani migranti.
È possibile rivedere l’intero webinar qui.
Buonasera, o buongiorno, a tutte a tutti.
Desidero esprimere, personalmente e a nome dello Scalabrini International Migration Institute, un sentito ringraziamento a Mons. Barlas e a tutto il Dicastero per l’invito a partecipare a questo webinar di riflessione in occasione della 112° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per me è un onore, e anche una responsabilità, condividere alcune riflessioni su un tema tanto ampio e complesso, che coinvolge dimensioni demografiche, sociali, educative, psicologiche, giuridiche e, non da ultimo, etiche e spirituali. Il tema che il Santo Padre ha scelto per quest’anno “Anche uno solo di questi bambini”, ci offre una prospettiva particolarmente significativa: ci invita a tornare alla singolarità di ogni persona. Ciononostante, dovremo però partire da un dato.
I. La mobilità globale e la condizione dei minori
Il fenomeno della mobilità e dello spostamento forzato dei minori, sebbene storicamente non recente, si configura oggi come una delle sfide scoiali ed etiche di maggiore complessità e rilvanza nel panorama globale. Secondo i dati più recenti dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni, le persone forzatamente sfollate nel mondo a causa di conflitti armati, instabilità politica, condizioni di deprivazione economica e in alcuni contesi, gli effetti di eventi ambientali e climatici. Tra queste, circa 45 milioni erano bambini e adolescenti sotto i 18 anni, pari a circa il 39% del totale.
Come sappiamo bene in questa sede, dietro gli aggregati statistici, vi sono esseri umani: ogni bambino porta con sé una storia unica, segnata dall’esperienza dell’avversità e dal trauma dello sradicamento così come per molti dal pericolo del viaggio. La partenza può interrompere improvvisamente legami familiari, percorsi scolastici, relazioni amicali e punti di riferimento fondamentali per lo sviluppo.
Il viaggio può rappresentare un momento di particolare vulnerabilità durante il quale molti minori sono esposti a violenze, sfruttamento, separazioni familiari e altre forme di abuso. L’UNICEF ha stimato che, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, circa 3.500 bambini siano morti o scomparsi nel decennio precedente al 2025; secondo la stessa fonte, circa sette bambini su dieci affrontano quella rotta senza un genitore o un tutore legale.
L’arrivo nel Paese di accoglienza non segna automaticamente la fine di queste difficoltà. Al contrario, rappresenta l’inizio di una nuova fase nella quale il minore deve orientarsi in una lingua diversa, in un nuovo sistema scolastico, con nuove metriche culturali e contesti sociali sconosciuti.
Se il dibattito pubblico occidentale si polarizza sulla gestione delle risorse, della sicurezza e dei confini, i Paesi di accoglienza hanno il dovere etico, giuridico e civile di fornire loro gli strumenti per integrarsi con successo.
II. Dalla Statistica alla Persona. Il Messaggio della Chiesa: dalla “triplice vulnerabilità” ad “Anche uno solo di questi bambini”
Di fronte a questa realtà, la riflessione della Chiesa offre una bussola imprescindibile.
Un momento di straordinaria forza etica e sociale è rappresentato dal Messaggio di Papa Francesco per la 103ª GMMR, dal tema «Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce». Per la prima volta un intero messaggio pontificio è stato focalizzato esclusivamente sull’infanzia in movimento, mettendone a nudo il dramma e le ferite.
La condizione di estrema fragilità dei minori è definita attraverso la sovrapposizione di tre stigmi: essi sono «tre volte indifesi perché minori (in piena fase di sviluppo evolutivo e dipendenti dagli adulti), perché stranieri (privi di pieni diritti di cittadinanza e sradicati dal proprio contesto) e perché inermi (esposti a violenze, tratta, lavoro nero, sfruttamento o arruolamento forzato)»; soffrendo le conseguenze di una migrazione che si sviluppa spesso al di fuori di canali regolari e sicuri.
In continuità con quest’attenzione,
Oggi siamo qui chiamati per riflettere sull’invito di Papa Leone XIV a guardare oltre le fredde statistiche: perché, se il numero è necessario per comprendere la portata del fenomeno, non è tuttavia sufficiente per comprendere la persona. Siamo chiamati a riconoscere la dignità intrinseca di ogni bambino, che precede la sua condizione di migrante, rifugiato o richiedente asilo, come individuo titolare di diritti, aspirazioni e speranze per un futuro libero dalla paura. L’espressione«Anche uno solo» significa allora restituire un volto a chi rischia di diventare soltanto un numero.
Da questa prospettiva discende una responsabilità concreta: applicare con fermezza il principio del superiore interesse del minore, sancito dall’articolo 3 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia del 1989, che riconosce diritti universali a tutti i minori, indipendentemente dal loro status giuridico o migratorio, e tutelare il diritto alla vita, all’educazione e a condizioni che consentano uno sviluppo pieno della persona.
Allo stesso tempo, il Santo Padre ci mette in guardia dalla solitudine, dall’isolamento e dal rifiuto, richiamandoci all’essenziale necessità di «promuovere occasioni di incontro e di integrazione in cui i giovani locali e i giovani migranti possano sostenersi a vicenda lungo un cammino di rispetto reciproco, solidarietà e amicizia».
Per comprendere l’ampiezza di questa sfida e perché questi insegnamenti diventino vita, occorre chiarire che i minori coinvolti nei processi migratori non costituiscono un gruppo omogeneo, ma si articolano in diverse categorie con specifiche vulnerabilità, risorse e dinamiche clinoco-sociologiche.
III. Le diverse esperienze/tipologie di minori nelle migrazioni
Vi sono anzitutto
Minori che viaggiano con le proprie famiglie che, pur protetti dalla presenza del nucleo famigliare, possono essere esposti a condizioni di viaggio estreme e traumatiche, oltre che alle difficoltà legate all’inserimento nel nuovo contesto.
Vi sono poi i Minori (stranieri) non accompagnati (MSNA); un fenomeno originariamente considerato “emergenziale”, oggi riconosciuto come “strutturale”. Si tratta di bambini e adolescenti che arrivano soli o che vengono lasciati soli dopo il loro arrivo. Non costituiscono una categoria uniforme: differiscono per età, provenienze, esperienze familiari e motivazioni. Proprio l’assenza di una rete familiare li espone a particolari condizioni di vulnerabilità e a gravi esperienze avverse precoci, e rende necessario un accompagnamento capace di tenere insieme protezione, ascolto e sviluppo. Senza un supporto psicologico e pastorale tempestivo, il trauma non elaborato aumenta il rischio di isolamento e, nei casi più gravi, di devianza.
Vi sono poi le “Seconde Generazioni” (2G): minori nati o cresciuti nei Paesi di immigrazione, condividono lingua, scuola e quotidianità con i coetanei, ma possono incontrare barriere sociali, educative e giuridiche che ostacolano la piena appartenenza e l’inclusione (accesso al lavoro; cittadinanza), alimentando, nel rifiuto, solitudine e chiusure identitarie. Lo svantaggio scolastico e formativo non dipende necessariamente dalle loro capacità: può derivare dalle difficoltà dei genitori nel navigare il sistema scolastico; da pregiudizi e basse aspettative dei docenti, che finiscono per incanalare questi ragazzi verso percorsi di studio brevi o meno qualificanti; dalla carenza di investimenti nella prima infanzia (come gli asili nido), essenziali per contrastare la riproduzione delle disuguaglianze.
Parlare di migrazioni significa anche ampliare lo sguardo oltre chi arriva alle nostre frontiere e considerare chi resta. Pargliamo degli “orfani della migrazione” (o Children Left Behind). I minori rimasti nei Paesi d’origine che possono vivere lunghi periodi separati da uno o entrambi i genitori, sperimentando deprivazione emotiva e lacerazioni affettive che incidono sull’equilibrio evolutivo e sulla salute mentale. Occorre quindi riconoscere i costi umani, relazionali e psicologici della sperazione familiare e promuovere condizioni che permettano di preservare relazioni familiari significative, impedendo che la crescita dei cittadini di domani avvenga all’ombra di un’assenza permanente.
Ci sarebbe molto di più da dire sulla centralità dell’educazione e dell’istruzione, sul ruolo della scuola e sul ruolo della comunità tutta, ma il tempo a nostra disposizione non lo consente.
IV. Quattro Verbi declinati sui Minori
In questa prospettiva però possiamo rileggere i quattro verbi proposti da Papa Francesco nel Messaggio per la 104° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato attribuendo loro un significato specifico e rafforzato quando declinati sulla vita dei minori:
- Accogliere: significa anzitutto riconoscere il bambino o adolescente come persona, prima ancora che come “straniero” o “pratica burocratica”. Significa garantire procedure rispettose dei diritti dell’infanzia (l’esclusione tassativa della detenzione amministrativa o del trattenimento ai confini – pratica contraria alla Convenzione ONU del 1989), garantire l’accesso effettivo ai servizi fondamentali e ridurre i rischi cui il minore può essere esposto. Signifca inoltre proporre soluzioni adeguate all’età e e ai bisogni individuali, privilegiando, quando possibile, contesti di accoglienza di dimensione familiare e comunitaria rispetto ai grandi centri di emergenza.
Sul tema della separazione e del trattenimento ai confini, vorrei condividere brevemente un’esperienza personale. Tra il 2017 e il 2018, durante un periodo di volontariato con i padri scalabriniani a Nuevo Laredo, al confine tra Messico e Stati Uniti, ho assistito alla vicenda di una famiglia honduregna: padre, madre e due bambine, di circa due e sei anni, in attesa del permesso di ingresso negli Stati Uniti, seguiti da un avvocato che li visitava regolarmente. Quando il permesso arrivò, la famiglia fu separata: il padre venne trasferito con la figlia più piccola negli Stati Uniti e trattenuto per settimane in una struttura di confine, mentre la madre e la figlia maggiore rimasero in attesa di notizie. Ricordo ancora le urla di disperazione della sorellina maggiore al momento della separazione e la mia responsabilità, da adulta, in quel momento di rassicurarla (o provare a farlo). Ricordo anche l’attesa prolungata, la vulnerabilità della madre e la sofferenza della bambina. È un’esperienza che mi ha reso concretamente consapevole di quanto la separazione incida profondamente sull’equilibrio emotivo dei minori, soprattutto quando avviene in un contesto di forte incertezza (non erano chiari i tempi del ricongiungimento) lasciando nei bambini un senso di paura, smarrimento e impotenza.
- Proteggere significa costruire attorno al minore una rete di tutela giuridica, sociale e psicologia. Significa assicurare una rappsentanza legale effettiva, individuare tempestivamente le situazioni di vulnerabilità e garantire l’accesso ai servizi necessari. Significa anche salvaguardare la continuità delle relazioni familiari e promuovere, quando ne ricorrano le condizioni, percorsi di ricongiungimento rispettosi del superiore interesse del minore. Proteggere significa anche creare quelle condizioni di stabilità e di routine necessarie affinché il minore possa rielaborare la propria esperienza e ritrovare sicurezza.
- Promuovere significa andare oltre la semplice assistenza: un minore non ha bisogno soltanto di essere mantenuto in condizioni di sicurezza, ma di poter imparare, sviluppare competenze, costruire relazioni e immaginare un futuro. L’istruzione, la formazione professionale, l’apprendimento linguistico, l’orientamento e la partecipazione sociale sono quindi strumenti essenziali attraverso i quali la protezione si trasforma in autonomia e sviluppo umano. In questa prosettiva, trova spazio anche l’educazione interculturale che ci insegna, non tanto a “tollerare” la diversità, quanto a comprenderla e a costruire ambienti educativi capaci di rimuovere molti tipi di barriere che liminatono le opportunità di questi minori, trasformando il potenziale di tutte, passatemi il termine, “categorie di minori” cui abbiamo accennato in una risorsa per il futuro di tutti. Ciò che, aggiungerei, misura la reale capacità del suo sistema democratico di essere meritocratico e inclusivo.
Promuovere significa anche ascoltare. L’articolo 12 della Convenzione sui diritti dell’infanzia riconosce al minore il diritto di esprimere liberamente la propria opinione nelle questioni che lo riguardano, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità.
Non possiamo progettare il futuro dei ragazzi senza ascoltare quello che hanno da dire.
Infine
- Integrare: significa costruire appartenenza. L’integrazione non è assimilazione, omologazione forzata né semplice coesistenza, ma un processo bidirezionale di crescita reciproca nel quale la società di accoglienza e le persone che arrivano sono entrambe chiamate a costruire relazioni. Si realizza nei luoghi della quotidianità condivisa — la scuola, lo sport, gli oratori, i centri giovanili di quartiere, gli spazi culturali —, permettendo a giovani autoctoni e migranti di crescere insieme. È in questi spazi ordinari che l’incontro può diventare esperienza concreta di reciprocità e trasformare la diversità in una dimensione positiva della vita comunitaria.
In ambito familiare, integrare significa sostenere i genitori migranti nel riassorbire il “cortocircuito educativo” con i figli adolescenti, prevenendo sia l’isolamento reattivo sia la perdita delle proprie radici culturali.
La prospettiva dello Sviluppo Umano Integrale ci ricorda, infine, che tutte queste dimensioni appartengono alla stessa persona.
Per tornare al messaggio di questa giornata
Anche uno solo significa che la dignità della persona non cresce con il numero.
Non dipende dal fatto che siano pochi o molti.
Non dipende dalla loro utilità economica e produttività.
Non dipende dalla loro capacità di integrarsi rapidamente.
La persona non è un mezzo.
Non è un’flusso.
Non è una pratica amministrativa.
È una persona.
Ed proprio qui si introduce una domanda che va oltre la sola efficienza dei sistemi: che cosa significa custodire una persona quando essa è ancora in una fase di crescita?
La risposta non può essere soltanto “fare”.
Fare accoglienza. Fare integrazione. Fare formazione. Fare inserimento.
Tutto questo è necessario. Ma c’è qualcosa che viene prima: esserci.
Esserci con il tempo necessario per ascoltare.
Esserci per accompagnare.
Esserci quando un ragazzo non riesce ancora a parlare la nostra lingua.
Esserci quando una bambina non sa spiegare ciò che ha vissuto.
Esserci quando un adolescente non sa ancora quale futuro desidera.
In questo senso, la cura dell’infanzia ci obbliga anche a recuperare il valore della lentezza.
Viviamo spesso dentro sistemi che misurano il successo attraverso la velocità: quanto rapidamente un ragazzo impara la lingua, quanto rapidamente entra a scuola, quanto rapidamente diventa autonomo, quanto rapidamente viene inserito nel mercato del lavoro.
Ma un bambino non è un progetto da portare a termine.
La crescita umana non segue la stessa logica dell’efficienza.
Ci sono processi che richiedono tempo: imparare, fidarsi, elaborare una perdita, costruire una relazione, sentirsi al sicuro, appartenere a una comunità.
La lentezza, in questo senso, non è inattività.
È una forma di cura.
Di fronte ai traumi e alle “ferite indelebili” portate da questi ragazzi, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato è l’atto con cui la Chiesa strappa questi minori dall’invisibilità, ne difende l’effettivo interesse superiore e chiede alla comunità tutta di restituire loro l’unico diritto fondamentale che è stato loro rubato: il diritto di essere semplicemente bambini.
In ultima analisi, quanto abbiamo detto sinora converge verso un’unica verità: la condizione dei minori nei processi migratori è lo specchio in cui si riflette la tenuta etica e democratica delle nostre società. Proteggere chi è “tre volte indifeso”, curare i traumi invisibili dei bambini rimasti soli, sostenere le famiglie divise e dare spazio al potenziale delle seconde generazioni non costituisce una concessione caritatevole, ma la scelta strategica di chi vuole costruire una società coesa, giusta e realmente preparata al futuro, custode della speranza e del futuro di tutti noi.
Vi ringrazio per l’attenzione.
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