La tua passione per la medicina è venuta prima della chiamata per l’aiuto alle persone migranti? È stata questa passione che ti ha portato a incontrare le missionarie secolari scalabriniane?

Quando dovevo scegliere cosa studiare all’università, ad un certo punto mi è diventato chiaro che se non avessi almeno tentato di percorrere la strada della medicina non me lo sarei perdonato. Volevo mettere la mia vita a servizio degli altri, sognavo di diventare un medico senza frontiere. Durante il liceo mi ero allontanata dalla Chiesa e non avrei mai pensato ad una scelta di consacrazione. Ho riscoperto la fede quando, delusa da uno studio universitario schiacciato sulla dimensione biologica e non aperto sul contesto sociale, politico e culturale e sulla sua influenza sulla salute delle persone, ho iniziato a frequentare gli incontri del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo – oggi Volint) un’associazione legata alla famiglia salesiana. Mi avevano attirato i temi dei diritti umani, della cooperazione internazionale, dello sviluppo sostenibile, ma non sapevo che ogni incontro iniziava da un momento di approfondimento della fede e di ascolto di un testo biblico, che mi ha condotto a riscoprire la Parola di Dio e il grande amore con il quale il Padre ci ama. Ho incontrato la comunità delle Missionarie Secolari Scalabriniane quando ho iniziato un’attività di volontariato, come studentessa di medicina, presso il Poliambulatorio della Caritas Diocesana di Roma, dove in quel momento lavorava come responsabile proprio una di noi, Bianca, che attualmente si trova in Vietnam. Un’estate Bianca mi invitò a partecipare ad un campo per giovani di diverse nazionalità a Solothurn, in Svizzera, dove è nata la nostra comunità. Fui colpita dall’esperienza della comunione tra le diversità e dalla vocazione secolare, e proprio a Solothurn il Signore ha bussato alla mia porta con una domanda importante: “Vuoi seguirmi? Vuoi donarmi totalmente la vita, camminando con migranti e giovani in questa comunità?”. In poco tempo, e non senza timore, ho detto il mio sì.

Il tuo servizio al Poliambulatorio della Caritas Diocesana di Roma, alla stazione Termini, fa parte di questo percorso di vita al fianco dei migranti e dei più vulnerabili, come vivi quotidianamente le sfide che incontri? 

Nel 2015, dopo i primi voti e la conclusione della specializzazione in Sanità Pubblica venni inviata a Roma per proseguire il mio impegno nella formazione dei giovani studenti universitari a servizio di un mondo più equo ed inclusivo di ogni diversità. Non avremmo mai immaginato che in poco tempo si aprisse per me la possibilità di lavorare al Poliambulatorio della Caritas Diocesana diventandone responsabile (Bianca era infatti partita da Roma per un nuovo invio missionario e il ruolo era stato assunto da una collega, madre di famiglia). In questi anni ho avuto la possibilità di incontrare migranti di diverse nazionalità, in condizioni di marginalità sociale (spesso senza permesso di soggiorno, senza dimora, senza occupazione), provando a fare un tratto di strada con loro, accogliendoli, prendendocene cura insieme agli altri operatori e ai tanti volontari sanitari e non. Anche durante la pandemia da Sars Cov-2 il Poliambulatorio è rimasto sempre aperto, incontrando coloro che, pure durante i periodi di lockdown, non avevano altra possibilità che rimanere in strada. Essere presente in questo contesto, dove tanta storia è stata fatta da chi mi ha preceduto, è per me prima di tutto una grandissima scuola di umanità. Provo a dare il mio contributo, mai da sola ma sempre in equipe, consapevole dei miei limiti (che tocco quotidianamente) e della complessità di alcune situazioni e vite drammatiche che affrontano tanti migranti. Quotidianamente, nell’incontro con persone provenienti da ogni parte del mondo, facciamo esperienza di quello che affermava San Giovanni Battista Scalabrini: scoprirci tutti già appartenenti all’unica grande famiglia umana.

Quanto ritieni sia importante sensibilizzare le nuove generazioni e renderle prossime nella vita dei più vulnerabili? E come possiamo fare per arrivare nel cuore dei più giovani?

La formazione dei giovani è un aspetto che abbiamo molto a cuore in comunità, oltre che una passione personale. I Centri Internazionali G.B. Scalabrini, nati nel 1982 a Stoccarda, sono dei veri e proprio laboratori di relazioni nuove e di formazione alla cattolicità, dove coltivare l’incontro e il dialogo tra giovani di diverse lingue, culture, provenienze per imparare a guardare l’altro, lo straniero e ogni realtà, in particolare quella delle migrazioni, con occhi nuovi.

Su invio della comunità, nel febbraio 2022 ho concluso un dottorato in Sanità pubblica con una tesi dal titolo: “La formazione universitaria in Salute Globale come strategia per il contrasto delle diseguaglianze in salute”. Lavorando su questi temi, mi ha accompagnato la certezza che in realtà nel cuore dei giovani c’è già questa sete di giustizia, di solidarietà, di incontro alla pari… Quello che possiamo fare è creare lo spazio perché emerga e sia ascoltata, essere ambiente perché quanto si potrebbe pensare impossibile (ad esempio l’incontro tra le diversità) diventi possibile, accompagnare i giovani nei loro sogni, fornendo loro strumenti concreti perché li possano realizzare, senza lasciare da parte la creatività e un pizzico di follia. 

“Per far crescere la fraternità e l’amicizia sociale, siamo tutti chiamati ad essere creativi, a pensare fuori dagli schemi. Siamo chiamati ad aprire spazi nuovi, dove l’arte, la musica e lo stare insieme diventino strumenti di dinamiche interculturali, dove poter assaporare la ricchezza dell’incontro delle diversità.” (Papa Francesco, Discorso ai pellegrini convenuti per la canonizzazione di San Giovanni Battista Scalabrini, 10 ottobre 2022, disponibile alla URL: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/october/documents/20221010-pellegrini-canonizz-scalabrini.html ).

Giulia Civitelli, Missionaria Secolare Scalabriniana, attualmente vive a Roma e lavora presso il Poliambulatorio della Caritas Diocesana per persone in condizioni di marginalità sociale. È un medico, specialista in Igiene e Medicina Preventiva, dottore di ricerca in Sanità Pubblica con una tesi relativa alla formazione universitaria per il contrasto delle diseguaglianze in salute