Il Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo: Riforma dei Diritti o Macchina di Confinamento?
I Risultati del Webinar del 28 Maggio
Si è tenuto il 28 maggio il webinar sul nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo organizzato dallo Scalabrini International Migration Institute (SIMI). L’incontro ha fatto emergere una lettura critica e unanime: l’insieme delle nuove norme approvate dall’Unione Europea rischia di configurarsi come una codificazione di vecchie pratiche restrittive, piuttosto che come una reale evoluzione a tutela dei diritti fondamentali.
Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’Unione Europea, approvato definitivamente nel maggio 2024 e in via di piena attuazione nel 2026, continua a sollevare profondi interrogativi tra i giuristi e gli esperti del settore. Durante il webinar organizzato dallo Scalabrini International Migration Institute (SIMI) lo scorso 28 maggio è emersa una lettura critica e unanime: l’insieme delle nuove norme approvate dall’Unione Europea rischia di configurarsi come una codificazione di vecchie pratiche restrittive, piuttosto che come una reale evoluzione a tutela dei diritti fondamentali.
Con l’entrata in vigore del Patto, lo scenario si presenta complesso e, in particolare per l’Italia, avvolto da una preoccupante incertezza operativa. L’avvocato Gianfranco Schiavone, del Consorzio italiano di Solidarietà, ha illustrato nel dettaglio il Patto sottolineando struttura, meccanismi e rilevanza per le nuove politiche migratorie nazionali ed europee. Ne è emersa una sproporzione di fondo: l’intera macchina politica e amministrativa si concentra quasi esclusivamente sul diritto d’asilo, intercettando appena il 4-5% dei movimenti migratori totali verso l’Europa, ignorando la stragrande maggioranza dei flussi migratori che avviene regolarmente. Il dibattito mediatico-politico odierno mescola, ad arte, lavoratori migranti, sfollati e richiedenti asilo, identificandoli genericamente come “migranti irregolari” che assediano l’Unione Europea, alimentando confusione e paure per rendere le migrazioni il capro espiatorio dei mali delle nostre società.
Il cuore della riforma consiste nel bloccare i richiedenti asilo nei paesi di primo ingresso (come l’Italia) attraverso procedure accelerate. Per farlo, viene introdotta la cosiddetta “finzione giuridica di non ingresso“: i richiedenti asilo – pur essendo fisicamente in territorio europeo – vengono considerati legalmente ancora alla frontiera, confinati in grandi centri che possono essere aperti ovunque, anche lontano dai confini geografici. L’obiettivo reale è:
“confinare, trattenere […] creare […] dei campi di confinamento sostanzialmente per numeri enormi di persone”.
Al contempo, il diritto alla difesa subisce un duro colpo. Con le nuove regole, quella che prima era la norma (la procedura ordinaria) diventa l’eccezione. Quasi tutti i richiedenti asilo verranno inseriti nelle procedure accelerate. Il timore più grande espresso da Schiavone riguarda l’impossibilità pratica di difendersi. Difatti, i tempi di ricorso per impugnare un diniego vengono dimezzati a pochi giorni (5-10 giorni). A questo si aggiunge una sorta di “Solidarietà a la Carte” per cui il principio di redistribuzione tra Stati membri si trasforma in un menu flessibile. I Paesi europei potranno scegliere se accogliere quote di richiedenti, versare contributi economici a un fondo comune o finanziare programmi di esternalizzazione in Paesi terzi. Il rischio evidente è l’instaurarsi di asimmetrie permanenti, lasciando l’Est Europa privo di rifugiati e sovraccaricando i Paesi di primo ingresso.
Lontano dal fungere da deterrente – poiché chi fugge da guerre e persecuzioni non ha scelta – il Patto rischia di generare effetti diametralmente opposti a quelli dichiarati. La compressione dei diritti e le espulsioni impraticabili si tradurranno in un aumento delle persone senza titolo di soggiorno sul suolo europeo. L’esito finale sarà una crescita esponenziale della marginalità sociale, del lavoro nero e dell’incertezza esistenziale. Si prevede che l’applicazione di queste norme solleverà una massiccia ondata di ricorsi e rinvii pregiudiziali davanti ai tribunali internazionali.
Dopo l’analisi giuridica, è seguita la riflessione sociologica e politica di Luca Marin, direttore del Centre d’Information et D’Etudes Sur les Migrations Internationales (CIEMI) di Parigi, che ha definito l’intera impalcatura normativa del Patto non come un passo avanti, ma come un’opera di ingegneria burocratica viziata da una profonda mancanza di equilibrio. La parola chiave che attraversa tutta la sua analisi è infatti sproporzione: un divario netto tra la narrazione politica e la realtà concreta del fenomeno migratorio. La prima è numerica: l’Europa si concentra ossessivamente sulle frontiere e sui flussi irregolari, che rappresentano appena il 4-5% delle migrazioni totali, ignorando i canali regolari e l’inclusione. Come sottolinea Marin, “quasi tutte le energie politiche amministrative e mediatiche vengono concentrate su questa minoranza della minoranza e solo sul momento del suo arrivo”, lasciando nell’ombra i percorsi per salvare le persone “dallo sfruttamento, dall’umiliazione e dallo sradicamento“. Definito un “capolavoro di ingegneria politica e burocratica”, quasi “generato dalle intelligenze artificiali”, il Patto nasconde in realtà un compromesso al ribasso tra egoismi nazionali. Per Marin, si tratta di una “gigantesca macchina amministrativa costruita per organizzare meglio la mediocrità delle politiche europee, per mettere sotto il tappeto la polvere di anni di superficialità”.
Un esempio lampante è la pretesa di velocizzare i controlli alla frontiera tutelando i diritti umani. Emerge una contraddizione etica inquietante:”[Vi è] la pretesa di migliorare la protezione delle persone più vulnerabili attraverso un rafforzamento dei controlli […] come se la vulnerabilità dovesse essere continuamente provata, verificata, filtrata, come se la sofferenza non bastasse mai da sola a essere creduta”. A confermare questa deriva securitaria è stata la totale esclusione dal tavolo dei negoziati di ONG, associazioni e ricercatori, poiché “testimoniare la realtà significa spesso mettere in discussione la narrazione politica dominante”. Il migrante cessa così di essere una persona portatrice di diritti e diventa un mero oggetto amministrativo da gestire, distribuire o contenere.
Sul piano istituzionale, la Chiesa cattolica non ha ancora rilasciato una posizione ufficiale sul testo attuale del Patto, sebbene il mondo cristiano e i volontari proseguano regolarmente nelle loro attività operative sul campo. In questo contesto, i punti di riferimento per l’azione e il discernimento sono emersi con chiarezza durante l’incontro, a partire dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: il modo in cui una società tratta i migranti descrive la sua idea di giustizia, oscillante tra paura e fraternità.
In questa stessa prospettiva, Padre Lorenzo Prencipe, cs, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER), ha proposto la figura di San Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905) come modello di advocacy per i diritti umani, intesa come processo volto a influenzare le decisioni politiche e sensibilizzare l’opinione pubblica. Di fronte all’emigrazione di massa di fine Ottocento, il Santo non si limitò all’assistenza spirituale, ma fece pressione sui legislatori per evitare che i migranti fossero spinti “alla rovina senza che una mano amica gli si protenda”.
Oggi la sfida si ripete contro l’approccio securitario del nuovo Patto europeo. Le parole di Scalabrini del 1901 restano attuali nel denunciare le norme “più propense a considerare il grande fenomeno umano dell’emigrazione come un fatto anormale, piuttosto che un diritto naturale”. Egli ammoniva che “le misure di polizia non arrestano, bensì deviano […] le masse migratorie”, rendendo l’esodo solo più doloroso.
Oggi come allora, per la Chiesa e la società civile, fare advocacy significa contrastare la retorica dell’invasione ricordando che i migranti internazionali rappresentano stabilmente meno del 4% della popolazione mondiale. Significa anche rifiutare l’assistenzialismo per promuovere una lettura strutturale del fenomeno, rivendicando canali di ingresso legali legati ai fabbisogni reali delle società sviluppate, ed evitando di ridurre le persone a meri oggetti della macchina amministrativa. Da qui il celebre invito al clero: “Oggi, è necessario che il prete esca dal tempio se vuole condurre un’azione efficace nel tempio…”.
Infine, Padre Prencipe ha espresso preoccupazione per l’attuazione del Patto in Italia, ravvisando una forte opacità, l’assenza di un piano nazionale e la mancanza di consultazione con il terzo settore. Gestire i flussi come un’emergenza perpetua impedisce una visione globale e proietta il sistema verso la confusione, rendendo attuale il monito del Santo: “ciò che bastava una volta non basta più”.