Nel 2006 ha fondato l’associazione “Habeshia” per sostenere profughi e rifugiati, nel 2015 ha ricevuto la candidatura al premio Nobel per la pace e nel 2016 il “Times” l’ha inserita tra i 100 uomini più influenti del pianeta. È stato definito anche “l’angelo dei profughi” e recentemente l’Università di Lucerna le ha conferito il titolo di doctor honoris causa. Come nasce il suo impegno verso i profughi, in particolare verso quelli del suo paese, l’Eritrea?

Il mio impegno nasce dalla mia esperienza e condizione di profugo e migrante. Sono arrivato in Italia nel 1992 da minore non accompagnato, ho sperimentato tutte le fasi e le difficoltà che un profugo o migrante incontra. La solidarietà che ho incontrato nella Chiesa a Roma, sotto varie forme e persone, ha reso meno dolorose le prime fasi della mia permanenza. Questa esperienza personale sommata alla mia fede e formazione cristiana ricevuta in famiglia, nella figura importante per me di mia nonna, e nella mia parrocchia di origine, impregnata di spiritualità francescana, hanno fatto nascere in me il desiderio di interessarmi a chi viveva le mie stesse condizioni. A introdurmi in questo cammino di servizio è stato un religioso dei Padri Sacramentini di origine britannica, il quale per oltre 30 anni ha svolto un prezioso servizio di protezione e tutela di minori non accompagnati, che aiutò anche me ad ottenere tutta la documentazione necessaria per vivere legalmente in Italia. Lui mi chiese di aiutarlo come mediatore linguistico per aiutare altri eritrei ed etiopi, visto che io parlavo le due lingue Africane oltre all’inglese e all’italiano. Cosi ho iniziato ad offrire un po’ del mio tempo per aiutare l’altro; ad oggi non mi sono più fermato. Tutti gli incontri che ho avuto nel mio percorso di vita mi hanno reso quello che sono oggi. L’ospitalità che ho ricevuto al mio arrivo dai monaci cistercensi, poi dal Jesuit Refugee Service, l’esperienza nel gruppo giovanile di una parrocchia, il sostegno spirituale del vice parroco, le amicizie nate in quell’ambiente che durano tutto oggi, l’incontro con la figura del Beato Scalabrini e con i Missionari Scalabriniani, la formazione ricevuta nella Congregazione e nelle Università Pontificie, i migranti e rifugiati che ho incontrato negli ultimi 27 anni, San Giovanni Paolo II con la pubblicazione del compendio della dottrina sociale della Chiesa che avuto un enorme patto nella mia vita su come vivere nel concreto la mia vita di credente. Questo impegno con il tempo è cresciuto in tutti sensi. Sul piano spirituale, temporale, con maggiore consapevolezza del proprio ruolo e il dovere morale ed umano.

 

Quale è la situazione attuale in Eritrea e nel Corno d’Africa; e quanto è attivo il ruolo dei religiosi, delle chiese e della pastorale nei paesi africani?

Negli ultimi 25 anni, in Eritrea si è assistito a un graduale peggioramento della situazione e vi sono restrizioni sotto ogni aspetto della vita civile, religiosa ed economica. Il regime maoista al potere dal 1991, ha tolto gradualmente al popolo ogni spazio di libertà e diritti, fino alla istituzione di un sistema militarizzato in tutti i settori, con l’obbligò per tutta la popolazione in età produttiva di prestare servizio militare a tempo indeterminato; di fatto una schiavitù legalizzata. A questa condizione, si sono sommati il terrore, gli arresti arbitrari, le uccisioni extragiudiziari; vi sono oltre 10 mila persone “desaparecidos”. Le chiese locali che operano in questo contesto hanno subito una serie di privazioni e limitazioni, con le chiusure di ogni organo di stampa delle diocesi, confische di scuole e ospedali, divieto di far arrivare aiuti dall’estero ecc. La tradizione cristiana nelle nostre terre risale all’epoca apostolica, quindi c’è una religiosità fortemente radicata nei territori. La Chiesa Cattolica è una piccola minoranza (5%) in un contesto che vede la maggioranza di cristiani ortodossi e una buona fetta di mussulmani sunniti (si stima del 45%). Negli ultimi 160 anni la Chiesa Cattolica in Eritrea, e fuori nella diaspora, non ha mai smesso di consolare, sostenere e accompagnare i suoi figli e tutti i figli di Dio. La Chiesa in Eritrea è ben organizzata sul piano della pastorale pratica, dell’aiuto alla persona e alla sua promozione integrale. Il regime, che ufficialmente dice di rispettare la libertà religiosa, riconosce quattro confessioni religiose: Ortodossi, Musulmani Sunniti, Cattolici e Luterani Evangelici. Tutto il resto è illegale, a tal punto che vi sono stati arresti, torture e morti nelle fila di tante minoranze religiose. Anche quelle ufficialmente riconosciute dal regime hanno libertà di culto, ma non hanno libertà religiosa; mi spiego: fino a che si limitano a fare liturgie e preghiere vanno bene, ma se escono dal sagrato per parlare di giustizia sociale, diritti e dignità umana vengo accusati di fare attività politica sovversiva. Nel 1995, il regime ha pubblicato un proclama con il quale avocava a sé tutte le attività di assistenza sociale, educazione, salute ecc. Da qui nascono le confische e le chiusure, al fine di costringere la Chiesa a predicare senza mai agire direttamente nello spazio pubblico con atti concreti di carità. Questo è il contesto in cui oggi si trova a servire la Chiesa Cattolica in Eritrea. Anche il mio impegno pastorale si inserisce in questo. Oggi svolgo il servizio di coordinatore europeo di cappellani e comunità di rito Géèz, incarico che ricopro dal dicembre del 2014. In precedenza sono stato cappellano nazionale per i cattolici Eritrei ed Etiopi in Svizzera per sei anni, dal 2011 al 2017. L’attuale mio incarico nasce dal fatto che la Chiesa sente il bisogno di manifestare la Sua sollecitudine pastorale e vicinanza umana a chi è sradicato dalla sua terra natia, ma è figlio legittimo in qualsiasi parte del mondo nella Chiesa, per sensibilizzare le chiese locali ad accogliere e aprire le porte delle loro parrocchie e cappelle ai nuovi arrivati, nel rispetto delle loro tradizioni liturgiche, linguistiche e canoniche. Per affermare con chiarezza che migranti e profughi non hanno solo diritti civili ma hanno anche diritti spirituali e religiosi, cosa non sempre o non sufficientemente ribadita.

 

Nel corso degli anni, con le sue attività di advocacy ha parlato in molti consessi internazionali: che tipo di evoluzione ha visto nei confronti di questo tema e quali sono le sfide future?

Il mio impegno è essere voce per i tanti senza voce, per affermare con forza che il diritto dei più deboli non è un diritto debole! Dal 2005 mi sono dedicato sempre di più a portare la voce, e i patimenti di migliaia di profughi e migranti, nelle sedi istituzionali a vari livelli. Quello che ho notato negli ultimi 15 anni nelle scelte politiche e nei dibattiti pubblici sul tema “diritti e migranti” è molto altalenante. Vi è una perenne lotta tra egoismo e solidarietà nel cui mezzo ci sono tante sfumature. Tuttavia, il pendolo oscilla sempre tra un estremo e l’altro. Anche se ultimamente sembrava prevalere il cinismo – alcune scelte legislative lo sono esplicitamente, come lo sono stati e lo sono tutto ora molti silenzi e omissioni – tante opere di bene hanno operato nel silenzio più assoluto per alleviare le sofferenze di centinaia di migliaia Persone migranti e profughi. Quanto mai vero il detto “fa più rumore un albero che cade invece di una foresta che cresce”. Dal 2003 al 2014 eravamo veramente pochissime persone ad occuparci del soccorso in mare, in collaborazione con le guardie costiere di Italia e Malta. La visita di Papa Francesco a Lampedusa e le due stragi del 03 e 11 ottobre 2013 hanno svegliato le coscienze; sono nate così le ONG che soccorrono nel Mediterraneo e nel mare Egeo e sono state salvate migliaia di persone. Solo basandomi sulla mia esperienza personale, dal 2011 al 2018 hanno chiesto il mio aiuto 150 mila persone, poi tratte in salvo grazie alla cooperazione tra Civili, ONG e Istituzioni Marine. Con tutti gli alti e bassi, grazie alle campagne martellanti fatte, sono nati programmi di reinsediamento, corridoi umanitari, corridoi universitari, visti umanitari e tante altre forme di protezione. Certo, il bicchiere è ancora mezzo pieno e la strada per garantire diritti e dignità alle persone è lunga e in salita. Oggi questa strada è messa a dura prova dalle varie crisi succedutesi negli ultimi 10 anni, e ora la pandemia rischia di essere fatale. Abbiamo assistito ad una progressiva regressione giuridica e umanitaria fino al tentativo di criminalizzazione della solidarietà. La crisi pandemica rischia di peggiorare, o di alimentare una pseudo solidarietà “sovranista”. Provvidenziale la presenza di Papa Francesco con il suo martellante messaggio in difesa delle Persone scartate dalla società. La sfida oggi è difendere l’architettura vigente del diritto umano internazionale che è in gravissimo pericolo di essere smantellato. Quello che disse Altiero Spinelli, parafrasando il racconto di Hemingway, vale oggi come ieri. Il monito che rivolse il 14 settembre 1983 ai suoi colleghi del Parlamento europeo: “avete letto tutti il romanzo di Hemingway in cui si parla di un vecchio pescatore che, dopo aver pescato il pesce più grosso della sua vita tenta di portarlo a riva. Ma i pescecani a poco a poco lo divorano e quando egli arriva in porto gli rimane soltanto la lisca. Quando voterà fra qualche minuto, il Parlamento europeo avrà catturato il pesce più grosso della sua vita ma dovrà portarlo fino a riva. Facciamo quindi ben attenzione perché ci saranno sempre degli squali che cercheranno di divorarlo. Tentiamo di non rientrare in porto con soltanto una lisca”. La lenta erosione operata negli ultimi 15 anni ha reso molto sottile le fondamenta su cui poggia oggi tutta la mole di trattati e convenzioni che tutelano i diritti umani. In parole povere, una democrazia svuotata di valori fondamentali e non negoziabili, che relativizza tutto trasformando certi diritti in privilegi per pochi eletti, esclude miliardi di persone dalla possibilità di accedere e usufruire degli stessi diritti e con pari dignità. Questa è la sfida da evitare: lo sgretolamento – sotto spinte nazionaliste, razziste, etnocentriche e ideologie nefaste che hanno prodotto milioni di morti – di tutti i diritti conquistati negli ultimi 70 anni.

Salvare le democrazie per salvare e proteggere l’umanità.

Don Zerai, nato ad Asmara in Eritrea, è giunto in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico. Ha compiuto gli studi di Filosofia a Piacenza e gli studi di Teologia e Morale sociale presso la Pontificia Università Urbaniana. È stato ordinato sacerdote nel 2010. Nel 2006 ha fondato l’associazione “Habeshia” per sostenere profughi e rifugiati, nel 2015 ha ricevuto la candidatura al premio Nobel per la pace. Dal 2011 al 2017 è stato cappellano nazionale per i cattolici Eritrei ed Etiopi in Svizzera e dal 2014 è coordinatore europeo di cappellani e comunità di rito Géèz.