La Germania, definita da molti il motore dell’Europa, è sempre stato un paese attrattivo di vari flussi migratori intra ed extraeuropei. Come si presenta oggi la realtà migratoria in Germania.

Attualmente, la Germania ha una popolazione straniera di 11,4 milioni e 21,2 milioni di persone con sfondo migratorio. A quest’ultimo gruppo, che rappresenta quasi un quarto della popolazione complessiva, appartengono persone che al momento della nascita non avevano la cittadinanza tedesca o persone che hanno almeno un genitore con questa caratteristica. Nel 2005, la Germania ha ufficialmente riconosciuto di essere un paese di immigrazione. Ciò ha portato ad una politica migratoria più liberale, specialmente nel settore dell’immigrazione qualificata. Con l’arrivo massiccio di rifugiati nel 2015, la questione dell’asilo è tornata al centro dell’attenzione pubblica e ha portato ad atteggiamenti e reazioni contrastanti a livello politico e nella popolazione. Nel 2020 si contavano 122.170 richieste di asilo politico, nell’anno 2021 per ora sono arrivate circa 31.000 richieste, il 43 percento delle quali ha avuto una risposta positiva. Per una valutazione complessiva, è importante ricordare che la Germania non è soltanto un paese di immigrazione, bensì anche di emigrazione. Mentre tra il 1990 e 2014 sono arrivate circa 20 milioni di persone in Germania, circa 15 milioni di persone hanno lasciato il paese. Quanto alle naturalizzazioni, per l’anno 2020, la pandemia e la Brexit li hanno fatto calare del 15 percento circa ad un totale di 109.900. Mentre diminuiscono anche le naturalizzazioni dei cittadini turchi, sono in aumento quelle dei cittadini siriani.

 

La Chiesa cattolica in Germania ha intrapreso un importante Cammino Sinodale. Qual è la rilevanza data alla questione migratoria.

Il camino sinodale in Germania non pretende di prendere in esame tutti gli aspetti della pastorale e della vita della Chiesa. Esso intende dare una risposta ai risultati sconvolgenti degli studi sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti, religiosi ed educatori nella Chiesa cattolica in Germania. Tali studi, infatti, hanno rivelato che non si tratta di un problema isolato di alcuni individui e tanto meno solo di persone omosessuali, ma di un fenomeno più complesso favorito in buona parte dalla struttura stessa dell’istituzione ecclesiastica che si presenta come una gerarchia di uomini celibi che hanno mantenuto il potere e il controllo per molti secoli. Inoltre, è emerso che gli abusi sessuali in genere non sono episodi spontanei, ma piuttosto il punto di arrivo di una dinamica che li precede e che mostra alcune costanti. Un fattore importante sta in uno squilibrio di potere tra perpetratore e vittima. Non di rado il perpetratore abusa della fiducia che la vittima gli da nel contesto della cura pastorale (abuso spirituale). Per queste ragioni, i vescovi tedeschi hanno deciso nella sessione plenaria di marzo 2019 di fare un percorso insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).

Come le parrocchie territoriali, anche le comunità di migranti, aiutati dalle diocesi, devono stendere un progetto di prevenzione contro gli abusi. Questo porta ad una crescente sensibilizzazione nei confronti di questa tematica spesso vista come tabù – specialmente nelle comunità dei migranti. Di fatto, parlando del problema, anche nelle comunità migranti si percepisce che sempre più persone trovano il coraggio di raccontare gli abusi subiti. D’altra parte, molti migranti non si identificano con i temi del camino sinodale e li sentono come una minaccia alle strutture tradizionali della Chiesa e della famiglia che danno loro sicurezza.

 

Diverse diocesi hanno intrapreso un cammino di rivalutazione e progettazione della pastorale, che sfide si incontrano nella pratica pastorale con le comunità cattoliche di “altra madre lingua” (comunità di migranti) e quale è il loro futuro?

Esiste una vasta gamma di modelli differenti. Nella città di Stoccarda, le missioni si sono spezzettate in unità più piccole con l’intento di legare la pastorale dei migranti più nettamente ad una o più parrocchie. Questo processo, peraltro molto faticoso, che da una parte ha avvicinato la pastorale migratoria a quella delle parrocchie “ospitanti”, d’altra parte ha portato a “territori scoperti”, dove non è più chiaro chi siano gli adetti alla pastorale dei migranti. Per di più, a distanza di pochi anni, il processo di unificazione delle parrocchie ha scombussolato ulteriormente la pastorale migratoria. Anche in altre diocesi esiste la tendenza a forzare l’unione strutturale tra comunità migranti e parrocchie. Con l’arrivo dei rifugiati, e con ciò di un notevole numero di fedeli di altro rito, si nota qualche cambiamento in alcune chiese locali. Ai fedeli di altro rito, infatti, il diritto canonico garantisce un’autonomia che nel caso della mera differenza linguistica non risulta scontata. Le esperienze positive di valorizzazione delle diversità, nel contesto della diversità di rito, portano alcune diocesi a guardare anche le cosiddette missioni con nuovi occhi ed a favorire una certa indipendenza strutturale fino a proporre che le missioni si trasformino in vere e proprie parrocchie personali, per dare loro più stabilità. Alcune diocesi, invece, preferiscono continuare con il modello delle “missiones cum cura animarum”, altre ancora favoriscono in maniera crescente il modello delle “missiones sine cura animarum”, vale a dire un accompagnamento pastorale in lingua che non ha la forma di una parrocchia o missione. In questo caso – come già succede per gruppi più piccoli di cattolici come gli indiani o gli eritrei – un sacerdote è adetto alla pastorale linguistica dei suoi compaesani in varie diocesi, mentre per la pastorale ordinaria questi ultimi si devono rivolgere alle parrocchie territoriali. Tali sacerdoti non tengono più i registri della chiesa e devono essere di volta in volta delegati per celebrare i sacramenti.

 

La realtà tedesca si contraddistingue per una spiccata caratteristica e vocazione ecumenica. Quale è l’esperienza della Chiesa cattolica tedesca nella collaborazione ecumenica nella pastorale con migranti e i rifugiati.

Molte comunità di migranti non hanno una esperienza ecumenica alle spalle. Queste comunità spesso percepiscono l’ecumenismo come un pericolo che minaccia l’identità cattolica. Inoltre, vedono i luterani come una concorrenza quando si tratta di ricevere l’attenzione della chiesa locale e di far valere i propri bisogni. Per alcune comunità si aggiungono altri problemi. Per i croati ed i polacchi, per esempio, con la caduta del comunismo è venuto a mancare il nemico esterno che univa i cattolici come tali. Molti si sforzano a mantenere una chiesa tradizionale in un ambiente percepito come ostile. L’ecumenismo, dal loro punto di vista, fa parte di questa minaccia alla fede cattolica. L’esperienza di molti latinoamericani con i protestanti è spesso negativa. I protestanti che loro conoscono sono in maggioranza pentecostali ed hanno uno stile di evangelizzazione ed una comprensione di chiesa molto diversi. Perciò l’ecumenismo a molti appare come una cosa sospetta. I rifugiati cristiani spesso hanno un altro rito che cercano di mantenere, quando possibile. Dove manca l’offerta, essi più facilmente frequentano le parrocchie territoriali di rito romano. I rifugiati musulmani in genere non distinguono fra cristiani cattolici e protestanti. Quando desiderano convertirsi, è spesso il primo contatto che risulta decisivo. Ma si danno anche casi di collaborazione tra protestanti e cattolici e succede, che un cattolico prepari un rifugiato al battesimo da parte di un pastore evangelico o viceversa. I giovani della seconda e terza generazione di migranti frequentano le scuole insieme ai protestanti e respirano un clima differente, nel quale la netta distinzione fra le due confessioni è percepita in maniera crescente come qualcosa che appartiene al passato.

 

Tobias Keßler, nato nel 1966 a Ulm in Germania, è missionario scalabriniano. Ha una licenza in teologia biblica (Roma), un master in studi migratori (Osnabrück) ed un dottorato in teologia (Francoforte). Attualmente è parroco della missione di lingua spagnola a Francoforte e consultore della commissione migratoria della conferenza episcopale tedesca.