Come definirebbe il binomio tra pastorale e comunicazione oggi? Quanto è cruciale?

La comunicazione pastorale è lazione comunicativa dei ministri della Chiesa che ha come obiettivo lo sviluppo della vita cristiana, della fede e della morale”, così mi sembra attinente cominciare a definire il tema, utilizzando le parole di Robert White, specialista in Etica della comunicazione e uno dei massimi studiosi dei temi della comunicazione sociale.

Certamente oggi gli studi relativi a questo ambito si sono sviluppati con caratteristiche diverse, perché differenti sono le fonti a cui attingono: la teologia, la riflessione pastorale, i documenti elaborati dalla Santa Sede che si interessano alla comunicazione, le scienza umane che apportano luci nuove sul tema.

Dei tanti approcci possibili per interpretare la necessità fondante di comunicare nella Chiesa, ve ne sono alcuni che possono avvicinarsi sempre più ad una risposta alla domanda umana, cruciale, di senso che interpella ogni comunicatore, quindi anche chi gravita in orbite ecclesiali.

“In principio”, mi si passi la frase biblica, sta il modello proposto da Gesù, il buon pastore che ci fa comprendere al meglio il modo in cui Egli offre la buona notizia evangelica.

Vedrei proficua, quindi, una riflessione da fare sulla natura della comunicazione cristiana ed ecclesiale attraverso i documenti che riflettono il pensiero attuale riguardo alla comunicazione pastorale nella Chiesa, facendo tesoro dell’apporto delle scienze della comunicazione.

Ci si potrebbe poi interrogare sulla risposta da offrire oggi alla perenne ricerca di Dio da parte degli uomini, oppure interessarsi alle dinamiche interpersonali e comunitarie dell’attività pastorale, fondata sulla teologia spirituale, sulla psicologia pastorale e sul concetto di comunicazione interpersonale.

Un’ulteriore area di riflessione ha il suo focus sull’adattamento tra la comunicazione pastorale e le culture locali, come pure l’urgenza di affrontare la problematica della comunicazione in rapporto al rinnovamento della Chiesa.

La comunicazione pastorale è oggi chiamata, perciò, a riflettere su tutti questi aspetti e la loro ricaduta nella comunicazione all’interno dei piccoli gruppi, nelle comunità cristiane di base, nelle parrocchie e nelle diocesi e nella progettazione religiosa attraverso i new media.

 

 

 

Quanto la pandemia ha “messo alla prova” la comunicazione nella e della Chiesa?

L’impatto fortissimo della Pandemia potremmo interpretarlo come uno “stress test” anche per la Chiesa, come per quei sistemi che, abituati, ahimè, ad un certo avanzare per inerzia, sono stati messi alla prova in maniera estrema; è stata, però, ed è tuttora l’occasione “opportuna” da cogliere per valutare la tenuta del sistema e le sue possibilità ed energie di ripresa.

L’esperienza vissuta fin dai primi mesi del 2020 ha sconvolto ritmi e riti che davamo per assodati e forse per “scontati”. La “presenza” della Chiesa nell’esperienza della pandemia si è realizzata purtroppo in forme molto ripetitive, sostanzialmente gregarie rispetto a quello che è stato il dibattito pubblico per il quale è stato coniato addirittura un neologismo: infodemia.

La presenza della Chiesa è apparsa marginale e, in una prima e parziale valutazione, incapace di interpretare il silenzio che abitava i singoli, l’angoscia e la solitudine forzata che segnava le giornate di tanti. Di fronte a qualcosa di inaudito per molte aree del mondo (purtroppo per alcuni in certe aree geografiche gli stress-test sono una costante da decenni), è parso davvero strano che la Chiesa non avesse nulla di proprio, di rivitalizzante, di confortante e personale da dire in proposito…da mettere in atto per ricordare ai suoi la “buona notizia” che custodisce da 2000 anni.

Che cosa ci insegnerà una esperienza come questa? Beh, vi è chi ha citato la fragilità umana, la falsità dell’ottimismo progressistico della scienza; oppure chi ha tirato in ballo i grandi rischi a cui è esposto il pianeta e i suoi abitanti a seguito della grande facilità di comunicazione e della rottura dei microclimi e altre cose simili. Elementi questi, mi permetto di aggiungere, che già conoscevamo e definivamo come critici, delicati e non ci doveva essere bisogno della pandemia perché fossero resi noti. Credo che dovremo come Chiesa cercare di raccontare la personale esperienza vissuta, nei punti deboli e in quelli di forza che abbiamo sperimentato, perché nulla vada perduto e perché si instauri un nuovo modello di comunità composta di esseri “umani”, termine che includa ordinariamente debolezze, anche ritardi o perfino marce indietro nel realizzare quanto programmato

 

Quali piste intravede per una ripartenza anche in questo ambito?

Il momento della ripresa della “normalità”, tanto agognata, tarda e ciò logora la pazienza delle persone. Senza, però, una analisi di come abbiamo affrontato la prova della pandemia, credo si rischi una deleteria “corsa in avanti”, senza aver messo mano alle fragilità preesistenti ed emerse violentemente dall’emergenza Covid-19. Credo che questi ultimi due anni abbiano cambiato (e stiano ancora cambiando) non solo il modo di fare comunicazione, ma qualunque altro processo sociale. Il virus sarà il definitivo spartiacque della storia moderna dell’umanità, come lo è stato, ad esempio, l’attentato dell’11 settembre, giorno che tutti hanno scolpito nelle memoria. Nulla sarà come prima, ormai lo abbiamo capito, ma auguriamoci che il macrocosmo mediale e comunicativo sappia saggiamente offrire il proprio contributo affinché questa criticità globale possa risolversi.

La comunicazione pastorale, nello specifico, ha bisogno di sviluppare una forte capacità di trarre anche i simboli della fede dall’esperienza vissuta delle persone che incrocia, sia che siano occasioni facilmente incasellabili o che siano eventi sconvolgenti come questi recenti, come pure di dare a simboli tradizionali nuovi significati, più vicini alla vita quotidiana della gente.

Prendendo spunto dal recente volume Immagina, puoi! Una porta aperta nel cielo, curato da Rinaldo Paganelli, verrebbe da suggerire che c’è un di più di creatività da lasciare libera di esprimersi, perché non ci si fermi al “come si è sempre fatto”, restando magari attaccati disperatamente al già noto per rifuggire la fatica di pensare e “prenderci il tempo necessario” a cui questo “periodo sospeso” ci ha indotto.

Una pastorale stanca e ripetitiva, d’altra parte, non porta da nessuna parte, ma anche una pastorale frizzante e innovativa ad ogni costo non è detto che apra vie di autentica comunicazione con la vita della gente.

Ecco che si torna perciò al punto iniziale: la novità resta la buona notizia di Cristo e che può venire, per usare un linguaggio giovanneo, solo dall’ascoltare, dal toccare, dal vedere e dal comunicare il mistero. Possiamo re-imparare l’arte dell’ascolto della vita delle persone e della parola del Signore che ci viene incontro tra le pieghe della storia, nelle vicende di chi ci sta accanto, così come in quello che accade mille miglia lontano da noi.

Quando l’ordine stabilito “crolla” e bisogna rimboccarsi le maniche per tirarsi fuori dai guai, la sensazione di speranza che pervade le comunità è qualcosa di più forte e serio anche della felicità. Quando si è messi alla prova, è come se ci si destasse dalle distrazioni di ogni giorno, si riuscisse a guardare con occhi nuovi le persone. Una speranza, però, che va ricercata, custodita e che ha bisogno della pazienza per poter gustarne i frutti. Questo auguro ad ognuno che, anche nella Chiesa, si voglia impegnare nell’arte sfaccettata e creativa della comunicazione.

 

P. Gabriele Beltrami è responsabile  dell’Ufficio Comunicazione dei missionari Scalabriniani (UCoS).